La settimana seguente, dopo alcuni giorni di riposo trascorsi tra letture, passeggiate e conversazioni con suo padre e le sue amiche, Xara era ancora ossessionata dal ragazzo dell’hamburgeria.
Non era un’ossessione romantica, almeno non nel senso abituale del termine. Era piuttosto qualcosa di viscerale, come se in quell’istante fugace avesse intuito un errore nel codice, un ingranaggio fuori posto nel meccanismo perfetto dell’umanità contemporanea.
Ogni pomeriggio, terminate le lezioni, si sedeva nel suo studio personale — una stanza luminosa circondata da scaffali olografici e cubi di dati — per collegarsi alla Rete Globale e cercare indizi. Utilizzava avanzati strumenti di riconoscimento facciale, regolando i filtri con precisione chirurgica: carnagione leggermente più chiara del solito, capelli castani senza un’ondulazione marcata, occhi a mandorla ma meno della media, lineamenti affilati… Nulla. Centinaia di volti le scorrevano davanti agli occhi, ma nessuno coincideva con il ricordo tanto vivido che custodiva.
Ma Xara non era tipo da arrendersi. Il concetto stesso di «resa» le risultava estraneo. Non lo aveva mai compreso fino in fondo. Perché smettere di provare quando qualcosa non è impossibile? Che cosa significa arrendersi, se si può continuare a tentare?
Infine, nelle prime ore del quarto giorno, lo trovò.
Stava esaminando immagini di eventi sociali del campus — quasi per riflesso, come chi sfoglia senza speranza un libro già letto — quando lo vide in una fotografia di gruppo scattata durante una festa del secondo anno di Controllo del Clima. Era lì. Era proprio lui. Sorrideva con naturalezza, circondato dai compagni, in quello che sembrava un ricevimento organizzato per celebrare qualche successo accademico.
Xara rimase a contemplare l’immagine per diversi minuti. Non sapeva che cosa stesse cercando, ma sapeva di non poter ignorare la forza che la spingeva a proseguire.
La mattina seguente si levò limpida. Era giovedì, giorno di formazione facoltativa in presenza. Pur non essendo certo un’amante delle levatacce — anzi, possedeva un talento naturale per dormire profondamente fino all’ultimo minuto —, quella mattina si alzò presto.
Fece una doccia rapida, attivò la capsula nutrizionale e scelse una colazione energetica dall’aroma di floraníes e dalla consistenza di noce lunare, una combinazione che l’aiutava a concentrarsi. Mentre mangiava, ripassò mentalmente il proprio piano: avrebbe frequentato soltanto la prima lezione, poi avrebbe saltato le due successive per visitare la facoltà di Controllo del Clima. Era lì che studiava il ragazzo misterioso.
Avvisò le amiche che quel giorno non avrebbe pranzato con loro.
Come ogni giovedì del primo periodo dell’anno accademico, la prima lezione della giornata verteva sul «Grande Cambiamento». Era la sua materia preferita, e non soltanto per i contenuti: ascoltare come l’umanità si fosse trasformata fin dalle proprie radici aveva qualcosa di spirituale.
—Fu la prima ondata a modificare l’umanità su scala globale —diceva la registrazione del professore—. Da allora la trasformazione è proseguita in modo graduale e cumulativo.
Xara seguiva la lezione con i sensi divisi tra il contenuto e l’inquietudine che le ribolliva sotto la pelle.
—Nell’antichità, l’evoluzione era un processo lento, caotico e casuale. Alcune mutazioni favorivano l’adattamento di una specie all’ambiente, mentre altre scomparivano o la conducevano all’estinzione perché incapace di adeguarsi ai cambiamenti dell’habitat. Oggi noi esseri umani siamo gli architetti della nostra stessa evoluzione. Grazie a potenti processori nanogenetici, possiamo ottimizzare ogni nuova generazione in funzione delle necessità del pianeta e della coscienza collettiva.
L’edificio della facoltà di Controllo del Clima era stato progettato come una spirale ascendente. La sua forma consentiva di incanalare i flussi d’aria per studiarne il comportamento e facilitava il mantenimento di piccoli microclimi e sistemi meteorologici interni.
Xara si sistemò in cima all’ampia scalinata esterna, accanto all’ingresso principale, fingendo di consultare dei contenuti sul comunicatore. In realtà, la sua attenzione si divideva tra la porta e i volti che ne uscivano uno dopo l’altro.
L’attesa si protrasse. Passarono decine e decine di studenti, alcuni soli, altri in gruppo, molti intenti a ridere. Ma niente.
Poi, proprio quando stava pensando di andarsene, la sua pazienza venne ricompensata.
Lui scendeva insieme ad altri due ragazzi, conversando con un sorriso naturale, come se il suo volto non custodisse segreti. Camminavano lentamente, rilassati, e non sembravano avere alcuna fretta di arrivare da qualche parte.
Xara lo riconobbe all’istante. Quella calma. Quell’energia trattenuta.
Quando li vide dirigersi verso uno degli ingressi del Tubo, non esitò. Li seguì con discrezione, confondendosi tra gli altri studenti. Scesero al livello sotterraneo e salirono su una capsula a levitazione magnetica, all’interno di un verme. Xara si sedette diverse file più indietro, celata da un campo di trasparenza parziale che assicurava una certa intimità visiva.
Dopo tre stazioni, uno dei due amici li salutò. Alla fermata successiva anche il ragazzo misterioso uscì dalla capsula. Proprio mentre le porte stavano per chiudersi, Xara prese una decisione istintiva: balzò fuori. Con il cuore in tumulto, lo seguì.
Le strade che percorreva erano tranquille, ornate da una vegetazione bioluminescente che reagiva alla presenza umana inclinando gli steli. Dopo una decina di minuti, lo vide entrare in una casa spaziosa, circondata da un giardino disposto secondo motivi floreali intelligenti che si riconfiguravano in base alla temperatura del giorno.
Xara memorizzò la posizione. «Ora so dove abiti», pensò con un misto di emozione e imbarazzo. Non era da lei fare una cosa simile, ma qualcosa dentro di sé sembrava giustificarla.
Decise di tornare a casa a piedi. Non era lontano e aveva bisogno di tempo per elaborare tutto ciò che aveva fatto.
Durante il tragitto rimase sorpresa da se stessa. Aveva saltato le lezioni e seguito uno sconosciuto. Provava un misto di emozione e determinazione che non aveva mai sperimentato prima. E le piaceva. Si sentiva… viva.
Era ormai quasi arrivata a casa quando una voce la fece fermare di colpo.
—Aspetta! Per favore, aspetta un momento!
Xara si voltò. Il ragazzo era lì, a pochi metri di distanza, e si avvicinava con la fronte leggermente aggrottata, ma senza alcuna aggressività.
—Sono Alan —disse con naturalezza—. Potrà sembrarti strano, ma… qualche minuto fa mi hai seguito dall’università fino a casa mia?
Lei rimase pietrificata. Aveva immaginato quel momento in mille modi, ma mai con una franchezza tanto disarmante.
—Be’… sì —rispose dopo un istante di esitazione—. Non so davvero perché l’abbia fatto. Non mi comporto così di solito —aggiunse con un sorriso impacciato.
Alan la osservò senza perdere la calma.
—E come ti chiami, ragazza misteriosa?
—Xara. Scusami per non essermi presentata prima. Piacere di conoscerti.
—Piacere mio. Anche se devo ammettere che non immaginavo di possedere un tale magnetismo da indurre qualcuno a seguirmi di nascosto —scherzò lui, con un sorriso capace di dissolvere ogni tensione.
Xara non seppe che cosa rispondere. Si limitò a ridere, un po’ imbarazzata.
—Che ne dici di darmi il tuo contatto, così possiamo parlare? Potremmo vederci questo fine settimana e conversare con più calma.
Lei esitò di nuovo. Per un istante ricordò la scena dell’hamburgeria. Quella reazione, tanto impossibile quanto reale. Ma la sua curiosità era più forte.
—Sì, certo —disse, inviandogli il proprio contatto—. Meglio sabato. Venerdì ho già un impegno.
—Perfetto. Penserò a come sorprenderti.
Alan la salutò con un sorriso sincero e cominciò ad allontanarsi lungo la strada. Xara rimase a guardarlo mentre si allontanava, con il cuore che le batteva ancora forte.
Quando arrivò a casa, suo padre la salutò dal soggiorno. Era seduto accanto a una ricostruzione virtuale del suo antico animale domestico e accarezzava l’aria con tenerezza. Il divano fluttuante risplendeva di una tenue tonalità marrone, in armonia con il pelo dell’animale.
Xara ricambiò il saluto con un sorriso fugace e salì direttamente nella propria stanza.
Aveva un nome, un indirizzo, un appuntamento… e fin troppe domande.
